Serve a capire chi è l’utente, cosa fa, quali problemi incontra. Solo dopo possiamo progettare qualcosa che funzioni davvero.
La UX Research viene prima del design. Non perché sia più importante, ma perché senza di essa il design parte alla cieca.
Se la research identifica bisogni e comportamenti, il design costruisce soluzioni su quelle basi. Una buona research rende il design più veloce, più mirato, meno esposto a errori costosi da correggere dopo.
Per questo motivo queste fasi sono legate, in quanto la qualità della seconda dipende dalla solidità della prima.
L’UX Research non è una fase che chiudi e archivi. È un processo circolare che accompagna tutto il ciclo di vita del prodotto.
Si fa prima del progetto — per capire dove siamo e dove vogliamo andare. Si fa durante — per validare ipotesi e correggere la rotta mentre progettiamo. Si fa dopo — per vedere come l’utente usa davvero il prodotto e cosa possiamo migliorare.
La research usa strumenti diversi, a seconda della fase e del tipo di dati che serve raccogliere.
Nella fase iniziale serve capire il contesto: chi è l’utente, cosa fa, quali problemi ha. In questo caso, gli strumenti più utili sono interviste, contextual inquiry, analisi dei competitor, sondaggi, focus group.
Durante la progettazione servono dati per validare le scelte: cognitive walkthrough, diary study, test con prototipi.
Dopo il lancio serve misurare l’impatto reale: UX KPI, product analytics, metriche comportamentali ed economiche.
I dati raccolti vengono poi tradotti in strumenti concreti — user personas, customer journey, empathy map — che non rappresentano ovviamente esercizi creativi, ma documenti di lavoro che guidano il design.
Saltare la research significa progettare su assunzioni. Le assunzioni, per quanto ragionevoli, restano ipotesi fino a prova contraria.
La research costa tempo e risorse, ma costa meno che costruire un prodotto che nessuno vuole usare. O peggio, doverlo rifare da capo perché non funziona.
Capire prima di progettare non è un lusso, è la base.